In uno degli ultimi post (La malattia cronica) ho avuto modo di paragonare il nostro atteggiamento caratteriale profondo ad una malattia cronica (la cosiddetta «nevrosi del carattere» della psicoanalisi). In effetti, la «struttura del carattere» non è né più né meno di questo: una disfunzione rispetto ad un armonico atteggiamento psichico, una diminuzione della capacità di provare piacere fino ad una vera e propria sofferenza psichica e una realtà più o meno invalidante per la vita sociale. Insomma, un fardello che ci portiamo dietro.Ciò, tipicamente, viene colto solo con grande difficoltà.
Se qualcuno ci dice che il nostro carattere è, più o meno, “una malattia”, dapprima noi rideremo dell’affermazione.
Ma se per caso, superando le resistenze iniziali, ci troveremo a lavorare uno o due anni su di noi, non rideremo più di tale affermazione… la prenderemo, anzi, per qualcosa di profondamente serio, pur continuando a non capirci nulla, o quasi.
Dopo altri anni di lavoro la comprensione comincerà a calarsi dentro, nella nostra carne e nelle nostre ossa. Inizierà a sciogliersi qualcosa e potremo nuovamente permetterci di ‘sentire’: a partire dai nostri blocchi, ritroveremo i sentimenti ‘cattivi’ rifiutati o negati e, infine, i sentimenti positivi congelati, il «cuore». Potremo lasciar andare il fardello.
Se c’è, pertanto, un segnale che io considero del tutto positivo, questo è la stanchezza, la quale, ad un certo punto del cammino psicosintetico, si affaccia in tutta la sua evidenza.
Abbiamo visto innumerevoli volte in quali strettoie ci porta il nostro «giochino», a cui abbiamo sempre tenuto così tanto. Avevamo pensato che il giochino fosse essenziale per ricevere amore (compreso l'amore da parte di noi stessi) e abbiamo, invece, progressivamente scoperto che non funziona assolutamente così. Abbiamo dovuto vederlo una, due, tre… innumerevoli volte. Siamo rimasti invariabilmente delusi, arrabbiati e doloranti… in troppe occasioni. Non ne possiamo più, ma ancora ci trasciniamo nello sforzo, perché non conosciamo altro che quel giochino.
Se uno si lamenta perché è stanco, vuol dire che è sempre nel gioco, è il-luso (‘in-ludere’, da ‘ludus’: gioco), altrimenti uscirebbe dal circolo vizioso e si abbandonerebbe alla stanchezza. E il riposo lo ristabilirebbe dallo stress in cui è cronicamente immerso.
Come ben sappiamo, lo stress è una reazione d’allarme ad una «minaccia» di qualsiasi tipo o ad una qualche «pressione».
Di fronte alla minaccia, si ha dapprima una produzione di ormoni surrenali, in modo da essere maggiormente efficienti nella difesa.
In seguito, nella cosiddetta ‘fase di resistenza’ l'organismo tenta di adattarsi alla situazione e gli indici fisiologici tendono a normalizzarsi, anche se lo sforzo per raggiungere l'equilibrio è intenso.
Se la minaccia si prolunga nel tempo, si trasforma in una pressione logorante, che consuma progressivamente le risorse energetiche dell’organismo. A lungo andare il corpo si indebolisce e, infine, si esaurisce: non ha più energia e si ha il crollo… si ha stanchezza cronica o una malattia organica.
Ecco, il Lavoro psicosintetico è in grado di evitarci un esito così drammatico. Quando la nostra reazione coatta - tesa a difendere il nostro ego impaurito - appare sempre più una tensione e un impegno inutili, quando il nostro giochino ci appare nella sua più fulgida stupidità, quando ci permettiamo di sentire tutta la stanchezza psichica di anni di sforzi improduttivi… allora le cose possono finalmente cambiare.
Allora possiamo toglierci la maschera dal volto, abbassare le spalle, sgonfiare il petto e respirare con calma. Possiamo sentire il piacere del rilassamento, come quei vecchi che per una vita hanno tenuto duro e, avvicinandosi alla fine dei loro giorni, tornano un po’ fanciulli, capaci di mostrarsi più fragili… e bisognosi.
